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Brez nell'antichità

di Giovedì, 25 Giugno 2015

In tutto il territorio a cavallo delle Alpi, dal lago di Garda a quello di Costanza visse e lasciò profonde tracce di sé, del proprio modo di vivere e della propria cultura il popolo dei Reti. 
La Valle di Non conserva eccezionali reperti relativi alla storia dei Reti che qui svilupparono, nel corso del primo Millennio a.C., la loro civiltà. 

Popolo essenzialmente di agricoltori e di pastori, ma capaci di lasciarci esempi di fine artigianato, i Reti, divisi al di qua e al di là delle Alpi in vari gruppi culturali, nella nostra zona diedero vita ad una forma culturale nota come cultura Fritzens-Sanzeno, dai nomi delle due località in cui sono emersi i più importanti esempi di quella civiltà ( Fritzens si trova nella valle dell’Inn). 
I Reti furono un popolo sostanzialmente pacifico, lo dimostra il fatto che la penetrazione romana, secondo la maggior parte degli storici, non avvenne attraverso una conquista, ma mediante una lenta assimilazione per cui nel 46 a.C., l’imperatore Claudio, concedendo la cittadinanza romana agli Anauni, non faceva altro che suggellare, regolarizzare, una situazione che perdurava ormai da più di un secolo. Tracce di possibili frequentazioni preistoriche sul nostro territorio non se ne conoscevano fino all’identificazione sul monte Diàn, maggiormente noto con il toponimo dialettale di Dòss en Mèsna, di una possibile area in cui venivano praticati roghi votivi. C’è da dire che, negli ultimi anni, c’è stata la moda di considerare molti dei castellieri antichi come luogo di culto e quindi la segnalazione o l’interpretazione, a volte un po’ azzardata, di pochi cocci trovati con terreno carbonioso, ha fatto moltiplicare la presenza di questi luoghi di culto che si trovano, ma non solo, prevalentemente sulle vette. 
Rilevanti, lungo tutta la sponda destra del bacino della Novella, sono invece i reperti e gli elementi distintivi di una successiva presenza romana che non eliminò la popolazione autoctona, ma che invece convisse pacificamente fondendosi con essa. 
È assai arduo se non impossibile, allo stato attuale delle ricerche archeologiche, definire e provare storicamente la presenza di siti abitati ed organizzati nel territorio del nostro comune in epoca preromana, ma è possibile invece proporre delle ipotesi plausibili e sufficientemente oggettive per quanto riguarda l’esistenza di piccoli insediamenti nella parte occidentale del territorio di Brez in epoca romana. 
Al riguardo, alcuni eruditi e fra di loro anche qualche storico, hanno esposto le loro teorie, talvolta fantasiose e prive di supporto documentario. 
Se ripercorriamo in maniera cronologica tutte le ipotesi avanzate, la prima che ci si presenta, suggestiva, ma di scarsissima credibilità storica, fu esposta dal dottor Lorenzo Torresani, cancelliere della giurisdizione d’Arsio, tra il 1648 e il 1664, pervenutaci in copia trascritta nel 1710 dal notaio Giuseppe Mosna e conservata nell’archivio dei conti Arsio presso l’ Archivio di Stato di Trento. 
Si tratta di una ricostruzione agiografica redatta, probabilmente, su incarico dei signori d’Arsio, uno scritto in cui l’autore, secondo la moda del tempo, attribuisce agli stessi radici antichissime, quasi mitiche. Nell’introduzione il Torresani parla del territorio in cui i d’Arsio esercitavano da secoli la loro signoria e , prendendo spunto dallo scrittore mantovano Gian Pirro Pincio crede di poter individuare le origini di Brez nell’antica Brecina, una delle quattro città fortificate citate nella “Geographia” del geografo alessandrino Tolomeo il quale visse ed operò verso la fine del II secolo d.C., ai tempi dell’imperatore Marco Aurelio. 
Nei primi anni del 1800, lo stesso Jacopo Antonio Maffei, il primo storico della Valle di Non, accolse e fece propria la medesima ipotesi. Egli faceva riferimento al Pincio ed agli “ Annales Sabionenses” del Resch di cui riportava in nota una frase in base alla quale si sosteneva che le città dei Bechuni che si trovano ad occidente della terra dei veneti sono, tra le altre, Vannia, Caraca, Brecena e Anaunyon, identificando, con una buona dose di fantasia in Brecena il vecchio abitato di Brez. Il tutto trae origine dalla cartografia di Tolomeo in cui è segnata una città denominata Brecena o Brecina. 
L’approssimazione della cartografia di Tolomeo ed il fatto che egli abbia trattato di regioni mai visitate personalmente, mi induce ad essere estremamente scettico sul fatto che la Brecina di Tolomeo coincida con l’antico abitato di Brez. Qualche dubbio, però, lo può insinuare la vicinanza di Brecina al centro di Anaunyon, toponimo con cui su suole identificare un non meglio precisato abitato fortificato in Val di Non. 
Oltre ai già citati autori anche Virgilio Inama, il grande storico di fondo, e don Simone Weber hanno esposto le loro teorie e le loro ipotesi sull’origine di Brez, ma si tratta di studi che hanno esaminato più il lato linguistico della questione che la sostanza storica. Secondo l’opinione di che scrive, nessuna delle ipotesi sueposte, ad eccezione forse di quella dell’Inama che risulta superata, visti gli enormi progressi degli studi storici e di toponomastica, è completamente sbagliata o da scartare in quanto in ognuna di esse è presente qualche traccia di realtà e di oggettività. 
Infatti, nella campagna tra Arsio e Brez, nella zona denominata, almeno da cinque secoli, “ Cjasalini”, sono emersi, in passato, ma anche in tempi recenti reperti riferibili ad un antico centro abitato. 
Anche il Maffei riferisce che “ nello scavare alla campagna detta i Canalini furono ritrovati a’ nostri tempi ordigni di cucina, e segni di case, onde si dovrebbe dire che l’abitato fosse ragguardevole”. 
E più avanti riporta: “ Anche l’anno 1777 poco lungi la Villa ( d’Arsio?), verso Fondo, fu ritrovata una sotterranea volta, a guisa di sepolcro, fabbricata di tovi, chiusa con una pietra come un forno, ed ancora bianca, nella quale vi erano distese le ossa di tre cadaveri umani, de’ quali quello di mezzo aveva l’ossatura di una non ordinaria lunghezza, e gli altri due mostravano di essere stati di due giovinetti dell’età di circa 7 anni. Tutte tre le teste, ossia crani, erano cadenti da una guanciale di muro, su cui prima di infradicirsi le carni, erano appoggiati. Ciò dimostra l’antichità del villaggio, non potendosi dubitar essere ciò stata sepoltura de’ gentili. 
I rinvenimenti di cui fa cenno il Maffei, la comparsa in epoca poco lontana da noi di tracce di muri con pietre legate con calce, una memoria storica tuttora viva nelle persone anziane che possono testimoniare che, almeno fino alla fine del secolo scorso, la campagna ai “ Cjasalini” era considerata la tomba dell’antica Brez, potrebbero indurci ad ipotizzare che in località “ Cjasalini”, alle pendici meridionali del monte Ròer, possa esser esistito, probabilmente in epoca tardoromana, un centro abitato, un villaggio, che, forse, costituiva il nucleo principale di uno dei villaggi che attualmente fanno parte del comune di Brez. Non ne conosciamo il nome, ma non si deve certo identificare con la Brecina di cui parla Tolomeo. 
Un aiuto al riguardo ce lo può offrire la toponomastica. Con il toponimo “ Cjasalini”, termine presente in molte località sia trentine che anauni, gli studiosi di toponomastcica e gli storici sono soliti evidenziare siti storici o protostorici anticamente abitati e che successivamente, in seguito ad eventi naturali o bellici, furono abbandonati in favore di luoghi ritenuti più sicuri. Un esempio di tal genere può essere considerato il paese di Sanzeno: lì esiste una località con il medesimo nome di “ Casalini” dove, fino ad almeno 15 secoli fa sorgeva l’antica Metho. 
Un ulteriore argomento a supporto della tesi esposta può essere rappresentata dalla chiesa di San Floriano e dal suo sito. 
Presente da secoli, edificata ab immemorabili , ma con notizie documentarie risalenti fino al XIII secolo, è situata ai piedi del territorio denominato “ Cjasalini”. Pur tenendo presente che le antiche pievi erano edificate all’esterno dei centri abitati, risulta problematico trovare spiegazioni esaurienti al fatto che essa sia stata eretta in una zona tanto isolata, distante e separata da due solchi vallivi sia da Brez che da Arsio, insediamento a cui faceva riferimento, fin da prima del XIII secolo, l’antica pieve. 
Nell’Alto Medioevo, quando sorsero le prime pievi, la chiesa pievana era un tutt’uno con il vicus che sorgeva nei suoi pressi e del quale costituiva, oltre che il centro spirituale, anche quello sociale. È pertanto ipotizzabile che San Floriano sia stata integrante di un insediamento che, presumibilmente già nel corso dell’Alto Medioevo potrebbe essere scomparso in seguito ad una qualche causa che a noi oggi sfugge. 
Un’ ipotesi percorribile porterebbe ad un evento catastrofico di cui però non si trovano tracce né nella documentazione storica del principato vescovile di Trento né in fonti letterarie relative a eventi catastrofici in epoche da noi piuttosto lontane del tempo. 
Se si pone in secondo piano l’ipotesi che l’antico centro abitato di cui si parla possa essere stato distrutto da un incendio o da un evento bellico, in quanto fino ad ora si sono potute accertare solo poche tracce di carboni o parti combuste, essendo prevalente la parte minerale formata da pietre con impasto di calce per la naturale scomposizione chimica degli elementi lignei, rimane in piedi l’ipotesi di un evento distruttivo naturale, ma, allo stesso tempo, di portata straordinaria. 
È opportuno, a questo punto, prendere in considerazione, almeno in parte, le caratteristiche geologiche del territorio che si trova appunto tra il Rio Arsio e il Rio Traversara, alle pendici del monte Ròer. 
Tale località, nella toponomastica ufficiale, relativa al comune catastale di Brez è denominata, ad iniziare dal basso verso l’alto, “ Cjasalini”, “ Slòmp”,” Lòmbez” e “Ròer”. Secondo gli studi geologici del terreno il substrato, marnoso in basso, più compatto verso la parte più alta, è ricoperto, in maniera digradante e sempre più sottile man mano che si va da nord-est a sud-ovest, da uno strato di materiale dalla conformazione diversa da quello che si trova sugli altri terrazzamenti che compongono il territorio meridionale del comune di Brez: si tratta di un materiale biancastro, molto simile e con le stese caratteristiche fisiche di quello che da lontano è riconoscibile lungo tutto il fianco sud del monte Ròer. 
Dagli studi di geologia relativi alla parte settentrionale della Valle di Non emerge che nell’Alta Anaunia, dal Noce a sud di Revò fino quasi a Merano, sul versante orientale del monte Òzol e del monte Ròer che ne costituisce il prolungamento verso nord-est, vi è una grande frattura denominata faglia di Foiana, alla base della quale i geologi hanno individuato un rovesciamento degli strati con sovrascorrimento delle recenti marne, fatto da cui deriva una forte instabilità delle rocce, estremamente friabili, che compongono le pendici del monte Ròer. 
L’analisi delle caratteristiche geologiche del terreno ci fornisce lo spunto per pensare ad un lontano evento naturale straordinario, un terremoto o forti e prolungati periodi di pioggia, che possono aver fatto scivolare a valle un’enorme frazione di montagna. Il movimento franoso, molto consistente più a monte e sempre più sottile a valle può aver ricoperto l’antico abitato composto in grandissima parte di fragili strutture lignee di cui ora non è rimasta traccia alcuna, poggianti su bassi muri di pietra legata con calce, tutto ciò che il tempo ha conservato e che, in più occasioni, sia in passato che recentemente ci ha restituito. 
In base a questa premessa, la parte meridionale della lingua di terreno in movimento potrebbe aver soltanto lambito, appoggiandosi alle strutture murarie senza travolgerle, la chiesa di san Floriano. 
Vi sono inoltre dati incontrovertibili sulla presenza di abitati nel nostro territorio in epoca romana. Lo dimostrano i reperti archeologici emersi casualmente sia negli ultimi anni che precedentemente. 
Al riguardo, il sito più interessante riguarda il territorio ad ovest di Arsio. Nel 1904 un contadino che eseguiva dei lavori in un imprecisato fondo appartenente al conte Lodovico Arz, per pulire un canale irriguo che attraversava lo stabile contiguo al palazzo di Arsio, trovò una statuina di bronzo che rappresentava una Nike o Vittoria dei primissimi secoli dell’Impero Romano; il bronzetto, per interessamento dell’archeologo Luigi Campi, fu donato al civico museo di Trento ed attualmente fa parte delle collezioni archeologiche provinciali. 
La Carta Archeologica d’Italia e articoli apparsi sulla rivista “ Studi Trentini di Scienze Storiche” riferiscono di ritrovamenti d’età romana all’interno del territorio comunale di Brez e precisamente sul piazzale occidentale della chiesa di san Floriano dove, nel 1892, durante gli scavi per trasferire dal vecchio al nuovo cimitero i resti dei defunti, fu ritrovata una fibula a tenaglia proveniente da una tomba ed un grande bronzo di Marco Aurelio, conservati entrambi nel museo di Trento. 
A Brez, ed è sempre la Carta Archeologica che ce lo riferisce, furono ritrovati sepolcri di età romana nei dintorni del paese, ma mancano notizie dettagliate in merito. Sempre a Brez fu rinvenuta una moneta consolare della famiglia Fabia ed altre dell’epoca imperiale di Trebonio Gallo e di Costantino; queste ultime sono conservate nel Museo Provinciale di Trento ed al museo Orsi di Rovereto. 
Durante gli anni Novanta, nel corso dei lavori di scavo a nord ovest di Arsio a sud della chiesetta di santa Maria, è emerso, sotto circa un metro di terra, uno strato di materiale nerastro, indice di incendi, all’interno del quale sono affiorati reperti tombali ed altri materiali romani; nella stessa area sono state rinvenute lastre di pietra lavorata e, nel 2002, è stata scavata una tomba della tarda romanità, priva tuttavia di corredo funebre. 
Tutti questi elementi provano con sufficiente certezza che per lo meno i tavolati su cui si estendono Arsio e la chiesa di San Floriano sono stati certamente la culla, in età romana, di insediamenti abitativi. 
Per quanto riguarda Brecina, non essendoci attualmente sufficienti basi documentarie ed archeologiche, mi rimetto alla fantasia dei lettori.