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Personaggi famosi

di Giovedì, 25 Giugno 2015

Di seguito vengono elencati gli uomini illustri che sono vissuti o vivono tuttora nel comune: dopo una rapida introduzione sulla vita, presentiamo alcune delle loro opere più importanti.

Zuech Stefano (scultore)

Nato a Brez il 05/11/1877
Morto a Trento nel 1968

Stefano Zuech nacque ad Arsio il 5 novembre 1877 da Luigi, contadino per tre volte emigrante negli Stati Uniti e da Anna Prevedel. Fu il parroco di Brez, don Silvio Lorenzoni, che, accortosi delle precoci e spiccate inclinazioni artistiche del fanciullo, lo aiutò ad entrare nella scuola professionale di Trento dove rimase per due anni.Seguirono alcuni anni di permanenza a Laas, in val Venosta dove, terminata la scuola, entrò nello studio dello scultore Lechner in cui lavorò per parecchi anni modellando e disegnando.Nel 1900 Stefano Zuech fece il grande passo, recandosi a Vienna dove frequentò l’Accademia di Arti Figurative sotto la guida del professor Kuntmann ed entrò poi nello studio del professore Pendl, dapprima come discepolo e successivamente come assistente. Dopo il 1911 fu a Roma dove seguì un corso di studi di storia dell’arte e archeologia sotto la guida del professor Emanuel Loewy.Ben presto vide riconosciuto il suo talento artistico sia a livello locale che nazionale. Nella capitale austriaca era riuscito a conquistarsi una posizione di riguardo nel campo della plastica monumentale, tanto che nel 1917 vinse il premio unico della scultura modellando la grande “Pietà della Pace”, che l’imperatrice Zita d’Asburgo avrebbe voluto collocare nel “Tempio della Pace” a Vienna, progettato da Otto Wagner,ma rimasto irrealizzato a causa dell’esito degli eventi bellici.La fine della prima guerra mondiale con il successivo smembramento dell’Impero lo colse a Vienna, dove occupava la carica di direttore dell’Invalidenschule.Rientrato in patria, nel periodo postbellico operò per la realizzazione di importanti monumenti scultorei in varie località del Trentino e dal 1920 al 1945 insegnò presso la scuola Industriale di Trento.Negli anni ’20 e ’30 Stefano Zuech venne affermandosi come uno dei principali interpreti della scultura monumentale e in quel periodo partecipò a numerose esposizioni regionali e nazionali. Tra il 1923 e il 1925 si dedicò alla modellazione dei fregi della grande Campana dei Caduti e nel lungo corteo del bassorilievo ebbe modo di esprimere la sua concezione neoclassica , assimilata attraverso i numerosi studi sulla statuaria ed influenzata del Canova, che lo posero in una singolare posizione di precoce interprete di quell’ideale classico al quale guardò con rinnovato interesse l’arte italiana degli anni ’20. 
Dietro suo interessamento, la parrocchia di S.Floriano, di Brez, riebbe per prima rispetto all’altre chiese della Valle e del Trentino le nuove campane in sostituzione delle vecchie che erano state asportate durante la guerra per farne cannoni, gli stupendi bassorilievi che le ornano sono opera dell’artista di Arsio.In ambito regionale si devono al suo talento artistico ed alla sua grande operatività, oltre alle opere già menzionate, le stazioni di Via Crucis lungo la strada che da Sanzeno porta a S.Romedio, il grande gruppo “Porta Eterna” e la “Pietà” nel camposanto di Trento, il monumento a G.Grazioli a Lavis, numerosi busti e monumenti collocati sia all’interno di palazzi pubblici che all’esterno, come quelli esistenti all’interno dei giardini pubblici di Piazza Dante a Trento e quello commemorativo di Giovanni Battista Lampi a Romeno e il grande Cristo benedicente antistante alla chiesa parrocchiale di Cloz. 
A Brez si trovano alcune delle più importanti ed imponenti realizzazioni artistiche di Stefano Zuech: il monumento al minatore, inaugurato nel 1932 ed monumento ai caduti nel cimitero comunale di Brez inaugurato nel 1923. Opera giovanile,del 1905,è invece il Cristo sul crocifisso centrale del cimitero di S.Floriano, mentre l’ultimo ricordo per il suo paese fu un bassorilievo in marmo bianco che attualmente si trova presso l’ingresso della scuola materna di Brez.Volute generalmente da emigranti di Brez che in tal modo volevano manifestare l’attaccamento al proprio paese natale furono le numerose lapidi – monumenti ancora presenti nel nostro cimitero. Sempre assai legato alle sue origini, volle esser sepolto nel cimitero di S.Floriano dove fu trasferito,dopo la sua morte avvenuta in Trento, nel 1968.

Rauzi Oreste (Vescovo)

Nato a Brez il 10/01/1888
Morto a Trento il 02/02/1973

Monsignor Oreste Rauzi nacque a Brez il 10 gennaio 1888 e compì i sui studi presso il Collegio Vescovile di Trento. Nel 1906, visti i brillanti risultati, fu inviato a Roma presso il Collegio Germanico – Ungarico per poter frequentare l’Università Gregoriana dalla quale, dopo sette anni, uscì brillantemente laureato in filosofia e teologia per poter poi essere consacrato sacerdote il 28 ottobre 1913. 
Ritornato a Trento venne inviato ad assolvere il suo primo incarico pastorale a Levico in Valsugana, dove fu cooperatore dal novembre 1914 al marzo 1919. Lì lo colse lo scoppio della prima guerra mondiale e quando i suoi parrocchiani furono inviati come profughi in Moravia, li assistette durante tutto il loro lungo e duro esilio. Questa esperienza gli lasciò indelebili ricordi, oggetto di molte delle sue omelie domenicali a Brez durante gli anni del pensionamento, ma rilevò, al contempo, tutta l’eccezionalità del suo carattere.Fu il primo sacerdote trentino che dopo pochi mesi era in grado di predicare in lingua boema.Da uomo di coltura capace di capire l’ambiente straniero per l’esperienza vissuta al Collegio Germanico Ungarico di Roma, da uomo generoso capace di adattarsi a tutto e a tutti, affabile e paziente, alieno a ogni posa e ad ogni lusso, fu di insostituibile aiuto nei confronti dei profughi suoi parrocchiani tanto che quei trentini ed il loro pastore , visti dapprima con sospetto,quasi come dei traditori della patria, finirono per essere almeno accettati. 
Ben presto don Oreste venne nominato referente dei 14 sacerdoti trentini che dimoravano nella diocesi di Olmutz finché non venne il giorno dell’agognato ritorno. 
Le sue doti di uomo e di pastore furono immediatamente riconosciute e dal 1919 al 1923 fu cancelliere vescovile ed in seguito ricoprì l’incarico di insegnante di teologia pastorale presso il seminario vescovile di Trento. 
Nel 1926 venne nominato assistente diocesano dell’Azione Cattolica, si occupò della gioventù femminile e fu per 15 anni assistente del movimento studentesco tridentino “Juventus”. 
Servì devotamente e con zelo il suo vescovo e conterraneo Monsignor Celestino Endici provò una profonda amicizia e stima nei confronti di monsignor Montalbetti venne nominato vescovo di reggio Calabria, nel 1939, do Oreste Rauzi veniva consacrato vescovo diventando ausiliare di Trento.Alla morte di monsignor Celestino Endrici monsignor Rauzi resse la diocesi tridentina in qualità di vicario capitolare, ma non gli successe.Come già nel 1935, il veto dell’autorità politca fascista rappresentò un ostacolo insormontabile alla sua ascesa alla cattedra di S.Vigilio, forse gli furono d’intralcio anche quel suo carattere schietto, duro, mai servile nei confronti dei potenti del momento, quel suo stile di vita rettilineo che fu una forma costante del suo servizio.Durante l’episcopato di monsignor Carlo de Ferrari monsignor Rauzi, che parlava perfettamente il tedesco, si occupò prevalentemente delle parrocchie tedesche della diocesi. Visitò i più alti e distanti paesi di montagna, raggiunti a cavallo, presentandosi non come un controllore, ma, piuttosto, come un buon padre spirituale che avvicinava le persone dal pulpito e dal confessionale. Pur vescovo ausiliare, continuò ad operare anche come professore di teologia presso il seminario maggiore di Trento e nn mutò mai stile di vita, continuando ad abitare nella sua stanzetta presso il seminario minore e a vestire la sua consunta veste telare nera, rimanendo per tutti “don Oreste”. 
Anche dopo il meritato pensionamento, passato negli ultimi anni a Brez, operò nell’ambito della parrocchia come fosse stato un semplice coadiutore. 
Colpito da malattia incurabile e già operato negli anni Sessanta, morì a Trento, povero come lo era sempre stato, il 2 febbraio 1973 e nel trigesimo anniversario il suo corpo venne traslato nella chiesa parrocchiale di Brez dove fu sepolto. 

Avancini Nicolò (drammaturgo)

Nato a Brez nel 1611

Padre Nicolò Arancini nacque a Brez, nel 1611, figlio di Pietro e di Domenica Arancini. 
Frequentò il Ginnasio a Graz, in Stiria, dove era professore e suo parente, padre Floriano Arancini. All’età di 16 anni entrò nell’ordine de Gesuiti e nella Compagnia di Gesù egli percorse tutti i gradini della sua carriera ecclesiastica e di studioso.
Insegnò a Trieste a Zagabria, a Lubiana e all’università di Vienna.Qui fu predicatore accademico, poeta lirico e drammatico, prestando suoi servizi a tre imperatori.Fu provinciale del suo ordine e visitatore della Boemia. passò a Roma gli ultimi suoi anni di vita e ivi morì nel 1686.
Nicolò Arancini fu scrittore e poeta molto prolifico; compose opere di carattere politico, religioso, poetico e drammatico. E’ soprattutto a quest’ultime che deve la sua fama.Salito agli onori della corte imperiale e della carriera all’interno dell’ordine dei Gesuiti, fu riconosciuto per un lungo periodo come il più importante poeta drammatico di corte. Egli fu un instancabile compositore di testi teatrali e scrisse almeno quaranta lavori drammatici, quasi tutti rappresentati nel teatro imperiale di Vienna e raccolti in cinque libri sotto il titolo, “Poesis dramatica”, pubblicati in varie edizioni a Vienna ed a Praga. Scrisse inoltre cinque libri di  poesia (Poesis lyrica). Opere di tenore religioso o teologico del padre Avancini furono le “Orationes”, pubblicate a Vienna nel 1656–1660 nonché altre come i panegirici in onore degli augusti imperatori suoi protettori.

Ruffini Giovanni Battista (filosofo)

Nato a Brez nel 1635
Morto a Innsbruck nel 1713

Giovanni Battista Ruffini (padre Genovale), nacque a Brez nel 1635; era figlio di Ruffino Ruffini, cancelliere delle giurisdizioni di Castelfondo e di Arsio e di Margherita Avancini.Fece i suoi studi nel monastero di Marienberg, in Val Venosta, presso i Benedettini, un istituto allora molto frequentato dai nobili del Tirolo italiano per imparare il tedesco.Completato il proprio curriculum scolastico presso i gesuiti a Trento, entrò nell’ordine dei Cappuccini dove assunse il nome di Genovale. 
Egli dedicò tutta la sua vita agli studi di filosofia e di teologia e ben presto, per i suoi studi e la sua riconosciuta e profonda capacità di indagine filosofica, ma anche per le sue doti umane e direttive fu investito dalle maggiori cariche conventuali, come quella più distinta, di visitatore dei conventi delle Fiandre e del Belgio. 
La produzione filosofica e letteraria del padre Genovale è ricca e varia; ma l’opera per la quale merita maggiormente di essere ricordato è “Solis intelligentiae”, pubblicata a Vienna nel 1686 e molto lodata da Antonio Rosmini, il grande filosofo di Rovereto che, nel “Nuovo saggio sull’origine delle idee”, nel 1830, dice che il filosofo francese Malebranche offriva al modo un sistema che contemporaneamente veniva pensato dal Ruffini con dottrina più ampia e più moderata. 
Padre Genovale Ruffini passò gli ultimi anni della sua vita ad Innsbruck dove morì nel 1713. 

Albertini Giovanni Battista (filosofo e teologo)

Nato a Brez nel 1742
Morto a Brez nel 1820

Giovanni Battista Alberini nacque a Rivo(Brez) nel 1742. Figlio di modesti contadini, Giovanni Romedio e Maria Flor , viste le grandi doti intellettuali, ebbe l’opportunità di accedere agli studi superiori presso il collegio dei PP. Gesuiti in Trento dove dimostrò le sue brillanti doti intellettuali. 
Completati a Trento gli studi, decise di dedicarsi alla carriera ecclesiastica. Nel 1765, avendo ottenuto l’accesso ad uno degli stipendi Golla, poté iscriversi e frequentare, presso l’università di Innsbruck , la facoltà di filosofia ottenendone il dottorato nel 1766, anno in cui fu anche ordinato sacerdote. Studio per cinque anni filosofia dogmatica e, successivamente si recò a Vienna per seguire le lezioni di diritto e dove venne in contatto con il grande compatriota di Revò Carlo Antonio Martini. Nel 1774 venne nominato professore presso l’università di Innsbruck e lo fu per nove anni, segnalandosi come mente aperta alle nuove idee illuministe che a quei tempi trovavano ancora, nell’ambiente enipontano, una forte contrapposizione nella tradizione filosofica scolastica propria dei Gesuiti.Rinnovatore sia nei metodi che nella sostanza della ricerca filosofica, l’Albertini si fece riconoscere pubblicando le sue opere più importanti, tra le quali ricordiamo “Dissertatio de conscientia dubia, Dissertatio de rerum interna possibilitate, Dissertatio de natura animae humanae, Dissertatio de miraculis e Judicium de Athaeis. 
Nel 1778 venne nominato rettore dell’università di Innsbruck, raggiungendo l’apice della carriera accademica quando, l’anno successivo, si trovò ad occupare contemporaneamente le cariche di rettore, di preside e di professore di logica, metafisica e filosofia morale dell’università di Innsbruck. Quando, in seguito al decreto dell’imperatore Giuseppe II del 1772, l’università di Innsbruck venne soppressa e trasformata in liceo per la parte laica ed in seminario generale per quella ecclesiastica, l’Albertini ottenne la carica di direttore del seminario. La vita come rettore del seminario non fu facile per l’Albertini: bersagliato da molti personaggi che gli erano avversi fu accusato di idee inconciliabili con la dottrina ufficiale della Chiesa tanto che, nel 1790, aboliti i seminari generali, venne collocato in pensione.Aveva 53 anni. Si ritirò a Klagenfurt per circa 11 anni. Tornato a Innsbruck, nel 1807 il governo bavarese ritenne di aver trovato in Alberini L’uomo adatto da mandare a Trento per Organizzare nel liceo di quella città gli studi di teologia e filosofia ed adeguarlo a nuovi indirizzi illuministici. L’ambiente di Trento fu ostile all’Albertini quanto e forse più di quello di Innsbruck e ciò forse non fu estraneo all’incipiente forma di pazzia che iniziò a manifestarsi in lui. Tornò a Brez, accolto in casa da don Vincenzo Avancini beneficiato Borzaga che se ne prese cura fino alla morte, avvenuta a Brez nel 1820, all’età di 78 anni. 

Lorenzoni Silvio (Sacerdote e promotore della cooperazione)

Nato a Cles nel 1844
Morto a Brez nel 02/06/1908

Don Silvio Lorenzoni fu un uomo si grande spessore nell’epoca, a cavallo tra Ottocento e Novecento, caratterizzata a Brez dal fenomeno dell’emigrazione che portò alla partenza dal paese di oltre mille persone in cinquant’anni, ma anche da quello stupendo movimento di crescita umana  sociale ed e economica coincisa con la cooperazione.Direttore del periodico “ La voce Cattolica”, studioso e diffusore del modello cooperativo Raffeisen, fondò la Famiglia Cooperativa, la Cassa Rurale di Brez e alcune cooperative di produzione, oltre ad essere un ascoltato consigliere della Federazione e del Comitato Diocesano. 
Don Silvio Lorenzoni nacque a Cles nel 1844. Dopo gli studi presso il seminario di Trento, fu ordinato sacerdote nel 1868. Cooperatore a Villazzano e a Riva, fu successivamente direttore spirituale e apprezzato docente presso l’ Istituto Agrario di S. Giorgio presso Trento. 
Alla soppressione dell’Istituto don Lorenzoni passò qualche anno a Coredo presso lo zio parroco di quella comunità fino a quando, nel 1885, venne chiamato a dirigere il periodico “La Voce Cattolica”, giornale attraverso il quale fece conoscere con articoli incisivi e spesso polemici le sue linee programmatiche in fatto di religione, di politica e di economia. E’ormai un personaggio di primo piano, tanto che viene eletto deputato alla Dieta provinciale di Innsbruck ed insignito a Roma, dal nuovo papa Leone XIII, della croce d’argento Pro Ecclesia et Pontefice per le sue benemerenze in campo sociale e religioso. Abbandonata la direzione del giornale, nel 1888 divenne parroco di Brez legando il resto della sua vita ed il suo apostolato a questa comunità fino alla sua morte avvenuta nel giugno 1908. 
Personaggio dotato di un forte senso della dignità nei confronti dei potenti, fu al contempo generoso con i poveri ed i sofferenti; la sua fama è legata soprattutto al suo impegno di paladino della cooperazione.Forte del convinto appoggio del cav. Massimiliano de Mersi,presidente del Consiglio provinciale di agricoltura, don Lorenzoni propugnò e promosse il modello cooperativo, l’unico secondo lui, in grado di togliere le vallate trentine dalle secche della depressione economica. Egli era infatti convinto che la sfavorevole congiuntura economica che stava attraversando in quegl’anni le campagne trentine doveva trovare in se stessa lo sbocco e la via d’uscita ed intravide nel cooperativismo il mezzo per uscire dalla crisi.Deciso assertore e primo propugnatore in ambito provinciale del modello cooperativistico ed, in articolare delle cooperative di credito proposto in Germania da Raffeisen, egli tradusse dal tedesco lo statuto delle Raiffeseinkassen, rendendolo pubblico attraverso gli organi di stampa del Consiglio provinciale d’agricoltura del cui direttivo, in quanto presidente del Consorzio distrettuale di Cles, egli era membro.Contemporaneamente trovò anche il modo di rivolgersi ai pubblici amministratori affinché facilitassero l’avvio di esperienze di credito cooperativo.Don Lorenzoni e con lui tutti i vertici del Consiglio provinciale d’agricoltura erano giunti alla persuasione che, attraverso le casse di tipo Raiffeisen, non solo si sarebbe potuto porre un efficace rimedio al dilagare dell’usura nel Trentino, ma che, grazie ad una loro capillare diffusione, tale piaga sarebbe stata definitivamente sconfitta e sarebbe stato offerto ai contadini, a condizioni estremamente favorevoli, quell’aiuto finanziario di cui necessitavano per far fronte alle esigenze di miglioramento agronomico, indispensabili davanti all’allargarsi dell’economia di mercato. 
I preti di campagna trentini vivevano quotidianamente a fianco dei contadini, condividendone spesso gli stenti ed essendo partecipi di tutti i problemi che gravavano sulla povera agricoltura della regione.In molti casi furono proprio parroci come don Lorenzoni a farsi solleciti portavoce di tali problemi all’interno degli organismi pubblici. 
La sua azione a Brez si distinse sia in campo religioso che sociale ed economico.Sono di quegli anni i lavori fatti eseguire nelle chiese di Brez, che come S.Floriano e S.Sebastinao contribuiscono a migliorare i loro caratteri estetici e di decoro. In campo sociale,nel1895 fondò la Famiglia Cooperativa di Brez di cui sarà il primo presidente e nel medesimo anno diede il via anche alla Cassa Rurale. Ma l’azione di don Lorenzoni non si limitò agli stretti confini della sua parrocchia: dopo aver caldeggiato in qualità di vicepresidente della società il progetto delle Officine industriali dell’alta Anaunia attraverso le quali si arrivò a distribuire luce e forza ai paesi dell’Alta Anaunia ed a quelli situati sulla sponda destra del Novella, Lorenzoni fu anche un acceso sostenitore della realizzazione del progetto tranviario della ferrovia Dermulo – Fondo – Mendola. 
A livello cooperativo sostenne l’assoluta di un organo cooperativo di secondo grado: nacque così il “Sindacato agricolo – industriale del Trentino” ( SAIT), la cooperativa madre di tutte le cooperative trentine della quale don Silvio è eletto consigliere federale. Sempre con l’obbiettivo di risollevare il popolo trentino dalla miseria e dalla sottomissione ai negozianti, ai grossisti ed ai banchi dei pegni, riuscì a far nascere a Cles una cooperativa per la coltura dei bachi da seta. A Brez è di quelli anni una società cooperativa per lo sfruttamento della torba che si trovava e si trova in grande quantità sulla montagna di Brez.ma il progetto cui lavorò per molti anni e che la miopia dell’amministrazione comunale non comprese fu quello di realizzare un’opera per l’approvvigionamento idrico di “tutte” le campagne di Brez. Non se ne fece nulla: eccessiva era ritenuta la spesa , e soprattutto, troppi gli interessi privati posti in gioco. Negli ultimi anni della sua vita a Brez, pur tra dispiaceri e meschinità anche da persone che da lui avevano avuto tanto,don Lorenzoni si dedicò all’idea di costruire un asilo – oratorio per la gioventù del paese. La sua vita si spezzò il 2 giugno1908 , prima della realizzazione di quest’ultimo sogno. Garzie però alla generosità di questo grande uomo che nel suo testamento lasciò tutte le sue sostanze alla parrocchia di Brez, l’ “asilo” venne realizzato dal suo successore ed inaugurato nel 1910. Gli ultimi pensieri di don Silvio furono per Brez e per i suoi parrocchiani, nel suo testamento dispose di essere sepolto nel nuovo cimitero di S.Floriano da lui fatto costruire, e volle che ad ogni casa della parrocchia fosse distribuita una candela con i fregi neri che “rammentasse in ogni famiglia il parroco che tanto li aveva amati , che aveva pregato tanto per loro”perché anch’essi pregassero per lui.